Backrooms di Kane Parsons, a.k.a. Kane Pixels, figlio della storica videoarte

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Backrooms
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Backrooms di Kane Parsons traduce in lungometraggio l’esperienza del linguaggio del videogioco e della storica videoarte

Il lancio del film è di quelli straconosciuti: “il fenomeno globale che ha terrorizzato il web”. Sembra che il cinema debba venire sempre dopo anche quando si merita di urlare che quello che vediamo in questo film altro non è che il linguaggio storico, l’esplorazione a 360 gradi della videoarte da Nam June Park a Bill Viola, che poi è stata assimilata pure da autori importanti come David Cronenberg e David Lynch.

Insomma, l’esplorazione delle immagini (in movimento) che crea spazi sempre nuovi, soprattutto come deriva tecnologica. Già in Videodrome del resto Cronenberg annunciava una fusione tra corpo organico e mezzo tecnologico, mentre Lynch si è divertito a elaborare spazi e corpi perturbanti… come in Strade perdute
Insomma niente di nuovo sotto il sole…

Se poi pensiamo anche a opere come Cube di Vincenzo Natali, che hanno esplorato il loop dello spazio infinito, proprio come in un videogioco, ci rendiamo conto che davvero non c’è niente di nuovo all’orizzonte.

Bisogna considerare Backrooms più che altro uno step nell’immaginario delle nuove generazioni, laddove queste ultime forse non conoscono le basi pressoché infinite su cui si basa l’immaginario dell’horror attuale, che può essere figlio benissimo dei non luoghi di Augé.

Infatti, è una bella trovata del film quella di far derivare l’immaginario contemporaneo anche dalle rovine delle abitazioni antiche che sono distrutte per lasciare il posto ai nuovi centri residenziali… tutti uguali. Da quei detriti, peraltro viene fuori l’impronta delle mani, una traccia del tempo che poi diventa arma di sopravvivenza.

Ma i percorsi di Backrooms abbracciano anche la risonanza magnetica, guarda caso utilizzata da artisti della videoarte come Stelarc in The Visible Body, del 1990. I sistemi elettronici di diagnosi hanno generato immagini completamente nuove che hanno stimolato la fantasia di molti autori.

Però in questo caso una parte del film sembra citare un po’ le sperimentazioni MKUltra, che hanno utilizzato segretamente ogni tipo di sostanza e tecnologia per registrarne gli effetti sul corpo… Ma anche l’isolamento di persone in luoghi, come l’uso di onde elettromagnetiche… Del resto anche questi temi sono stati trattati da The Manchurian Candidate, il capolavoro di John Frankenheimer, ma ricordiamo a proposito anche un altro titolo come La Jetée di Chris Marker. Altri autori come Stan Brakhage e Bill Viola registravano le percezioni distorte, le stesse che vediamo in Backrooms.

Il film di Parsons sembra dunque più una operazione commerciale tipo The Blair Witch Project, piuttosto che innovare il livello di percezione che è stata esplorata da centinaia di altri autori in passato.
Bisogna dare atto che il film dal punto di vista interpretativo funziona, laddove ha messo delle basi psicologiche forti nei principali protagonisti, tra cui la Mary (Renate Reinsve), psicologa depressa, molto dubitante, che infine gioca la parte di eroina nel solito stile Alien (Sigourney Weaver… ), ma si fatica ad essere terrorizzati dal mostro impersonato da una sorta di capitan uncino o meglio gamba di legno… Qui l’opera perde molti punti, nonostante la perfetta scenografia delle stanze labirintiche che non possono che creare disagio e claustrofobia anche nello spettatore più distratto…
Sarà che ne abbiamo viste molte in tanti anni di visioni, ma qui il principale problema sembrava quello di intercettare quel sentimento perturbante che Lynch otteneva anche nella più stupida scena di uno qualunque dei suoi film… Questione di stile…

P. S.
Piccola digressione, viste le sciocchezze lette sul numero di Film TV che promuove a mani basse il film che è comunque buono, ma dire nel glossario di sopravvivenza all’immaginario web per cinefili boomer, che Kane Parsons è cresciuto prima in rete che al cinema, non ha molto senso, visto che quanto vediamo nel suo film lo abbiamo già visto in autori come Cronenberg, Lynch, Kubrick ecc. (per non ricitare tutta la videoarte)…

Insomma un boomer ne sa molto di più, fidatevi!

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