Odissea di Christopher Nolan: il poema omerico continua ad essere eccellente fonte di immaginari

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Odissea

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Christopher Nolan realizza un capolavoro nella sua rivisitazione del poema omerico, concentrato sul tema doloroso della guerra che lacera l’umanità

Quante volte abbiamo considerato Ulisse come l’uomo astuto con sete di conoscenza… Questo più o meno nelle versioni cinematografiche più famose, come lo sceneggiato televisivo di Franco Rossi e l'”Ulisse” di Mario Camerini.

L’identità di Ulisse era costituita prima di tutto da una curiosità che peraltro sembrava avere l’effetto di destinarlo a una lunghissima “avventura”, tra Dei, ciclopi, maghe, sirene incantatrici ed altri mostri che decidevano le sorti dell’equipaggio.

Nolan, che firma anche lo script, decide di seguire la prospettiva di un uomo tormentato dai sensi di colpa. Ulisse è chi ha ideato l’inganno di Troia – un solo uomo è stato in grado di cambiare le sorti di una guerra… – portando alla strage finale della lunga guerra di Troia. Una strage che Nolan descrive con tutti i sentimenti, ma mai indulgendo sull’eccesso di violenza splatter. Il dolore profondissimo per questa inutile strage, dimostra che la vittoria di Ulisse, di Agamennone è stata inutile. Agamennone è stato tradito dalla moglie al suo rientro. Ed Ulisse è stato condannato a portare sulle spalle la responsabilità di tutti i suoi compagni di guerra. Compreso il Sinone (non presente nel poema) che caratterizza la splendida scena iniziale, laddove rischia la vita e la perderà per far cadere nel tranello i Troiani, che trasporteranno il cavallo di legno come un dono di pace…

La guerra è mostrata da Nolan nella sua più triste crudeltà: i compagni che all’interno del cavallo aspettano e aspettano tra i propri escrementi e l’acqua delle maree che ne annegherà alcuni… E poi nel momento della vittoria quando l’assalto della città è compiuto, Ulisse è ancora più tormentato da questa illusoria vittoria…

Matt Damon riesce con la sua interpretazione commovente a trasmettere perfettamente questo sentimento di disfatta, di vera tragedia, la vittoria che finisce nel sangue delle vittime…


Già dalla prima scena e sequenza capiamo che Nolan attraverso la fotografia di Hoyte van Hoytema, le musiche di
Ludwig Göransson, il montaggio serrato di Jennifer Lame, ha spinto al massimo la sua opera, che praticamente procede sempre al top dei giri della visionarietà (che è l’elemento fondamentale per un buon film) lasciando davvero a bocca aperta…

In poche parole, non sono in grado di individuare un’opera così formidabile negli ultimi decenni. Penso alla scena contenuta ne Il disprezzo di Jean-Luc Godard, dove Fritz Lang doveva realizzare proprio l’Odissea… Un’opera impossibile? Eppure penso che se Godard fosse ancora vivo, griderebbe anche lui all’eccezionalità della prova di Nolan e tutti i suoi collaboratori, compresi i criticati – prima della visione – interpreti, per i futili motivi razziali/woke, che dimostrano di essere tutti in stato di grazia.

Ma soprattutto è la dimensione in cui Nolan li fa muovere. Prendete Penelope, la sua fragilità di una donna di circa mezza età, di fronte alla resistenza e alla ipotesi di cedere. Sentimenti che Anne Hathaway è riuscita ad esprimere nel modo più consono possibile.

E poi questo è anche un film in cui le donne sono assolutamente centrali, prendete Circe, maga che rivela tutta l’avidità maschile, prima di trasformare in maiali i compagni di Ulisse. Elena, sfregiata, che si scusa per aver causato la guerra… Calipso che alla fine cede la sua bramosia di fronte ad Ulisse che resiste anche ai suoi incantesimi…

La rivisitazione di Nolan funziona anche laddove rinuncia all’episodio noto di Nausica, che forse, ammettiamolo è meno funzionale rispetto alla intera storia.

Altro punto a favore è la parte che riguarda Polifemo, che è visto nella prospettiva di mostro indifferente… Ulisse e i suoi compagni scoprono ad un certo punto che sa parlare… E alla domanda perché non l’abbia fatto prima, Ulisse risponde che neanche noi tentiamo di parlare con le formiche…
Altro episodio importante è quello dei Lestrigoni che sono visti come mostri giganti in armature possenti, che in poche battute fanno una strage dei compagni, distruggono tutte le navi ed Ulisse rimane solo con una nave. Nel poema viene spiegata che la nave di Ulisse si sia salvata per essersi ancorata più lontana dalla riva. Ciò dimostra ancora che Nolan è più attento a rappresentare un Ulisse demoralizzato per le sue responsabilità, piuttosto che la sua furbizia, che mette in mostra praticamente nella sola scena notissima delle sirene, laddove si fa legare all’albero maestro della nave per riuscire comunque ad udirle…

Altro punto a favore è l’uso della lingua greca per una scena in cui i personaggi ricorrono a traduzioni, quasi a scusarsi dell’uso dell’inglese, certamente idioma inadatto a ricordare l’epica omerica…

E poi ancora la notissima vicenda del cane Argo che vive oltre venti anni aspettando Ulisse, ma la sua storia fa riferimento più ai maltrattamenti subiti dagli animali. E d’altra parte è un Ulisse che lascia uno spiraglio di salvezza alle sue prede durante la caccia, perché è anche giusto che i rapporti di forza siano adeguati tra predatori e prede, come in Natura.

La fotografia di Hoytema ha scelto colori caldissimi, tonalità impastate, prevalgono i rossi o le ombre scure favorite anche dalle ricostruzioni di interni illuminati soltanto dalle torce di fuoco.

Ogni fotogramma, grazie anche alle proporzioni del formato 70mm, diventa uno spazio visivo con cui interagire, che si sedimenta subito nella percezione dello spettatore. Insomma, Nolan & company sono riusciti davvero a realizzare un capolavoro, la parola, usiamola, quando serve, perché non ce ne sono altre!

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