Auber 89 di Giuseppe Schillaci, storie senza ideologie

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Auber 89

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Giuseppe Schillaci con Auber 89, presentato a Venezia83. Giornate degli Autori – Notti Veneziane, racconta, attraverso i materiali d’archivio, la storia di una periferia francese, che può essere anche quella di tante altre metropoli dell’epoca, negli anni ottanta prima della caduta del muro di Berlino

Mentre il cinema “normale”, mainstream, cerca nel percorso dell’intrattenimento e della distrazione nuovi strumenti anche tecnologici, non a caso Nolan rilancia un cinema grande con un formato maxi, il 70 mm, e una delle storie più famose, quella dell’Odissea…
Dall’altra parte il cinema, soprattutto quello che cerca la dimensione più intima per raccontare le storie collettive, ripesca “semplici” documenti di archivio per (ri)costruire un momento storico fondamentale, quello degli anni ottanta.

Al centro l’emigrazione, così come in Italia, che trasformava i contadini in operai specializzati nelle varie industrie: interi nuclei familiari a volte numerosissimi, accolti in quartieri popolari, perché serviva la mano d’opera…

Ma le condizioni erano difficili. Lo racconta l’attore Fatsah Bouyahmed, dopo aver lasciato ad appena un anno di età il paese di origine, l’Algeria, per crescere in uno di quei quartieri della periferia nord parigina, Aubervilliers.

Il suo racconto, che parte da una forma di amnesia che si scioglie, è venato da numerosi momenti di commozione, il Comune e gli architetti avevano fatto tantissime riprese per l’obiettivo della riabilitazione del quartiere ed il clima dell’epoca comprendeva anche attivisti comunisti, o comunque sindacalisti o semplici rappresentanti di associazione che davano una mano ai residenti per risolvere i problemi più grandi, ma anche quelli più piccoli come cambiare una presa di corrente malfunzionante. Ma il clima era felice, la solidarietà tra vicini spiccata.

Gli edifici popolari non brillavano per qualità e tra i vari problemi c’era perfino la scarsa insonorizzazione. Probabilmente furono costruiti con fondi statali sui quali i soliti costruttori corrotti fecero ampie creste…

Come nel precedente Bosco Grande, Schillaci ha un’ottima capacità di sintonizzarsi sul genuino fattore umano. La selezione di filmati d’archivio deve essere stata molto dura, ma incredibilmente nel film si è riusciti a montare una cronaca eccellente, laddove alcune scene fanno tanto rabbrividire per la tensione emotiva, per la genuinità degli intervistati e per quella intensità ormai scomparsa che apparteneva alle persone viventi di quegli anni, giovani e adulti che come sempre litigano tra loro, ma con le dovute eccezioni.

Lo dimostra l’incredibile scena della famiglia algerina Belkebla, in cui il padre trasmette davvero l’aura suggerita da Bouyahmed: risulta il climax del film in cui il pater familias pronunciando soltanto alcune parole con a contorno decine di espressioni ci fa piangere per lo splendore del vero che trasuda a volte dalle immagini e lo stesso attore algerino mostra sul viso le lacrime…

Schillaci è un autore immenso “condannato” per la sua grandezza a un cinema che solo pochi potranno riconoscere come grande arte.

Infatti, sarebbe inutile parlare qui di documentario contro cinema di fiction: il cinema quando è arte non ha bisogno di etichette ed Auber 89 lo dimostra chiaramente.

Per quanto riguarda altre osservazioni più collaterali alla messa in scena, le storie senza ideologia, quelle raccolte dagli operatori del Comune fanno il paio con i servizi delle tv locali, che avevano palinsesti molto vari, ma miravano soprattutto a riunire la collettività del territorio raggiunto dalle emissioni. Ne abbiamo fatto esperienza in Italia per un periodo di grande splendore, prima che scomparissero ad una ad una per cedere il posto ai grandi network. Mentre tra le varie immagini anche quelle de L’odio di Mathieu Kassovitz con il celebre refrain “fino a qui tutto bene” fanno da filo rosso per la comprensione complessa del fenomeno “periferie”.

Era la fine degli anni ottanta, in fondo nei quartieri palermitani a cui si fa riferimento c’erano tanti elementi simili, come l’orgoglio dei sindacalisti, anche se Palermo non era certo sede di industrie. In Italia, molti quartieri per operai sorgevano al Nord, tra questi il celebre “satellite” milanese omaggiato pure in La vita agra di Carlo Lizzani, che naturalmente traccia un po’ il bluff del miracolo economico.

In Francia accadde un po’ la stessa cosa, con il flusso di lavoratori provenienti da mezzo mondo, ma soprattutto dal Nord Africa, già dopo la seconda guerra mondiale. Il resto è storia fino alla svolta della caduta del Muro di Berlino, citata nel film: evento che segna più che altro l’inizio di un capitalismo sempre più selvaggio ed infatti vediamo nel finale le immagini di distruzioni, abbattimenti di edifici e di ricostruzioni… palazzi anche appena ristrutturati!

Auber 89 si chiude con la lucida riflessione sugli anni successivi con un montaggio in cui si vede anche l’orrore delle Twin Towers… anche quella una distruzione e ricostruzione…

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