Priscilla, di Sofia Coppola, donne giganti, uomini fragili

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Con Priscilla Sofia Coppola descrive la storia della celebre coppia, con maschile e femminile che si cercano, si incontrano e alla fine vanno in crisi

Sofia Coppola ha realizzato un’opera che riesce ad avere un punto di vista femminile dall’inizio alla fine. Non c’è spazio per altri personaggi, che recitano dei ruoli quasi istituzionali.

Come la famiglia che negli anni cinquanta in cui i genitori decidevano perfino le semplici uscite dei figli con assoluto rigore. E Priscilla, che nel 1959 aveva appena 14 anni, probabilmente non avrebbe mai incontrato Elvis se non fosse stato per l’intermediazione di altri personaggi e poi dello stesso Elvis.

Romanticismo alle stelle perché il primo incontro è di quelli speciali con amore a prima vista e in questa coppia davvero unica in cui il sentimento si vede sbocciare in modo gentile, lasciando che il tempo possa davvero consacrare una unione “perfetta”.

Priscilla è un personaggio davvero unico, in quanto riesce a fare fronte alla totale situazione di controllo imposta fin da subito e che si incrementa non appena entra in quel di Graceland… la famosa residenza della rockstar, laddove è perfino inopportuno avvicinarsi al cancello di ingresso popolato ventiquattr’ore su ventiquattro dai fan…

Molte immagini e scene sono dedicate alla residenza: la maestosa facciata, gli esterni favolosi immersi nel parco, e le straordinarie stanze che avvolgono chi abita in una sorta di comodo lusso infinito che riguarda ogni più piccolo ambiente.

Il film per due terzi è girato in interni, gli esterni sono davvero trascurabili ed è omessa tutta la parte che riguarda l’attività del cantante attore, se non riportata dai media, soprattutto gossip, esattamente come viene percepita da Priscilla.

Lei, sola nell’immensa residenza, quantunque circondata da servitù affettuosa, è come una ragazzina viziata, che non deve pensare a nulla, e dedicarsi soltanto alla propria bellezza: numerose sono le immagini dedicate al trucco, alle capigliature, ai vestiti, come se non ci fosse altro.

Di fatto questa percezione non si confronta mai con un altro mondo, quello dei genitori o di altre personaggi che non sono mai caratterizzati in profondità, rimangono solo sullo sfondo.

E il film finisce con l’essere letteralmente “ingombrato” dai due principali protagonisti, una specie di match che dura quasi due ore, mentre tutti gli altri personaggi fanno solo da stiracchiato contorno. Perfino nel team di Elvis non c’è una immagine in più, un dialogo che riguardi quelle persone, non sappiamo nulla, tranne quelle quattro battutine, quell’umorismo e quella carica di divertimento, di euforia che li contraddistingue.

Tutto il film riprende questa unica dimensione, quella ludica di un gruppo che sostiene il suo leader carismatico. Non c’è alcun dialogo che riguardi un conflitto, una discussione, anche perché Elvis sembra ubbidire solo a se stesso e al colonnello, l’agente che controlla la sua vita…

Elvis infine sembra più una vittima, mentre Priscilla con la sua straordinaria intelligenza femminile riesce a passare oltre le gelosie, oltre gli eccessi del divo, oltre le pericolose sfuriate con lanci di oggetti, mentre le armi da fuoco sono gingilli in mano a tutti che possono cambiare a seconda dell’abbigliamento…

Ma siamo negli USA degli anni sessanta, tutto sembra possibile, il decennio in cui tutta girava a mille senza fermarsi, ma poi arriveranno con la complessità autentica i controversi anni settanta…

E allora propri qui il giocattolo si romperà nella coppia, forse anche per l’arrivo della figlia, ma chissà, ma soprattutto perché Elvis è ormai intossicato… Il film non insiste più di tanto, ma nella scena in auto, Elvis appare in un altro modo, quasi un sonnambulo, costretto alla coazione a ripetere le imprese del suo personaggio.

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