Il diavolo è Dragan Cygan, di Emiliano Locatelli: quanto è scomodo chi dice la verità

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Il diavolo è Dragan Cygan

Emiliano Locatelli con Il diavolo è Dragan Cygan realizza un’opera capace di guardare a Pasolini e ad Abel Ferrara: il male è nel sistema e i personaggi sono gli effetti

Un mondo malato, un capitalismo che ormai naviga verso la distruzione di una società umana che è pienamente scomparsa. Se Pasolini, tante volte citato ed omaggiato anche attraverso l’immagine della tomba, fosse qui cosa potrebbe aggiungere a quanto già espresso nei dettagli attraverso opere cinematografiche, letterarie e di giornalismo… di mezzo secolo fa?

Certo che il Salò di Pasolini è scomparso dall’immaginario delle ultime generazioni perché ritrae l’abisso scandaloso dei potenti che possono far tutto sempre più ricchi, come questo Assante che in una scena fa il bagno con tre escort, ma in fondo non stupisce per l’ormai totale strada senza via di uscita dell’economia malsana dove il controllo di tutto il pianeta spetta a un pugno di persone.

Scena madre è quella in cui si bruciano le banconote da 50 euro. In fondo è il fatto che tutto sia costruito intorno al denaro che avvinghia qualsiasi personaggio. E il denaro va bruciato, eliminato, non sostituito con l’altra fregatura delle criptovalute (nel film, infatti, si rivela come perfida truffa anche per i ricchi) Poveri e ricchi, di cui si parla spesso come di un maledetto destino della Storia, che poi alla fine fanno il percorso che deriva dalle leggi di un sistema che pretende i sacrifici umani.

In questo universo la donna ha solo un ruolo marginale, di sottomissione e sfruttamento, ma alla fine indica anche una via di salvezza o quanto meno una dimensione più serena, vitale… subordinata all’amore viscerale con i figli, la generazione più giovane costretta alla semplice osservazione.

Locatelli fa una serie di citazioni letterarie e filosofiche: oltre Pasolini, fondamentale è Dostoesvkij e la sua concezione del male, richiamata non solo attraverso la citazione di Assante, ma anche nell’altra fondamentale scena in chiesa, quando il prete specifica che il male è dentro ogni uomo…

E poi all’inizio Karl Marx, ormai dimenticato, laddove in questo caso parla di necessità interiore… e di ricchezza per l’uomo che dipende dall’altro uomo…

La scena in chiesa con il poliziotto che recita il “padre nostro” richiama moltissimo Il cattivo tenente di Abel Ferrara. I poliziotti “cattivi” di Locatelli si comportano esattamente come quello di Ferrara interpretato da Harvey Keitel.

Locatelli, nella nota che accompagna il film, afferma: “Il diavolo è Dragan Cygan è una storia di amicizia e vendetta, il racconto corale di quattro personaggi agli antipodi, i cui destini apparentemente paralleli si incrociano in modo irreparabile. A cavallo tra il thriller e il poliziesco, alternando fasi più intimiste a scene concitate, è un film di genere drammatico che affronta tematiche sociali tipiche di un certo cinema d’autore, penso a quello di Ken Loach ed Elio Petri per esempio. È questa l’utopia intrinseca del film: far riflettere intrattenendo, tentativo ambizioso di ibridazione tra film di genere e cinema d’autore.

Il riferimento a Ken Loach potrebbe non essere compreso. In effetti, Ken Loach spesso è considerato erroneamente il regista del mondo operaio, ma in realtà è un acuto osservatore dei cambiamenti della nostra società, come ha del resto fatto nel suo ultimo film The Old Oak. Locatelli è perfettamente consapevole dei meccanismi del capitalismo avanzato, anche quando parla di scomparsa del contante e parla di criptovalute, argomento ovviamente nascosto dal cinema mainstream più becero.

Il cinema di Locatelli è una bellissima sorpresa, perché finalmente vediamo registi che non si lasciano fuorviare dai soliti trastulli estetici, quei marchi d’autore dal sapore spesso eterodiretto (non mi va di fare nomi, ma il film della Cortellesi, purtroppo rientra in questo elenco, senza che lei sia poi una regista… ), e va al cuore della questione.

Siamo in presenza di una società in cui la maggior parte delle persone è costretta a “sopravvivere”. Non è affatto un peccato, come ha fatto già Pasolini, urlare questa verità (che si lega ad un’altra citazione di Dostoesvkij). Quindi speriamo che Locatelli continui ad urlare forte attraverso il suo immaginario cinematografico così potente, quella verità che altri autori invece vi nascondono, anche magari quando vi stanno parlando di temi importanti, diritti negati, ecc, ecc.

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