Confiteor. Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione di Bonifacio Angius: Il vissuto intimo che trasfigura la realtà e diventa cinema
Confiteor
Al quarto lungometraggio con Confiteor, Bonifacio Angius fa un viaggio tra vissuto intimo e cinema, riflessione tra realtà, verità e bugie dell”esistenza umana
Già all’inizio della prima scena, descrivendo un’immagine del padre malato che si sentiva in una barca a Parigi, in realtà vediamo in bianco e nero una landa desolata, mare, lago poco importa, ma completamente al buio, ombre delle nuvole che si specchiano in un’acqua altrettanto scura… solcata da una barca malandata… “Ci vuole sempre amore per raccontare una storia e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto”: si tratta pertanto di una regola che in fondo troviamo nei film precedenti…
Il coraggio di raccontare nasce da quel trauma che ritorna spesso come un incubo che ossessiona quasi tutti i personaggi di Angius.
Naturalmente, se si esplora il mondo di Angius attraverso i quattro lungometraggi, si capisce che tutti i temi non possono essere compresi e descritti con un solo, risibile fil rouge psicologico. Questa sarebbe una scorciatoia inutile. Perché finiremmo col raccontare da una parte la relazione soprattutto padre figlio e dall’altra quella non meno gravida di dolore tra uomo e donna.

Questi due percorsi di lettura devono invece condurci a una conclusione diversa, a una lettura più universale, evitando il riduzionismo psicologico.
Potrebbe aiutarci la più fondamentale relazione che lega realtà e verità. In buona sostanza forse è questo il vero problema individuato da Angius. Infatti, la battuta esplosiva del protagonista è : “Ma allora io non ho capito un cazzo di chi sei tu”. Si finisce con lo scoprire la verità sull’altro per qualche evento che la fa scoprire. In questo caso alla morte del padre segue la totale indifferenza della fidanzata…
L’uso della voce over è pregevole in quanto spinge la visione in un ambiente ancora più denso di immaginario. Come la descrizione della famiglia che abita tutta nello stesso edificio ad un piano diverso dall’altro. La macchina da presa in questo caso fa una panoramica verticale inquadrando di volta in volta il balcone di un piano con i relativi parenti.
Gianmaria è il protagonista interpretato dal figlio di Bonifacio, Antonio Angius. Questa caratteristica di utilizzare sempre gli stessi attori è abbastanza comune, ma nelle storie di Angius acquista un valore ancora più grande, di necessità ed urgenza, come se non si potesse sostituire un interprete, laddove esiste quello reale… come in questo caso. E peraltro, nel racconto il figlio interpreta invece il padre da bambino…
La principale chiave del racconto deriva dall’amnesia del padre che dopo l’incidente non riconosce più nessuno. E qui si conferma una sorta di profonda affinità con un importante cineasta che attraversa tutta la filmografia di Angius. Parlo di Aki Kaurismaki ed in questo caso non posso non ricordare L’uomo senza passato…


Come si vede sopra le affinità sono anche di immagini e non mi sembra tanto casuale. I personaggi rappresentano lo stesso dolore, che non è tanto quello fisico dovuto a un incidente, ma al fatto di appartenere ad una umanità, potremmo dire postumana, laddove però dobbiamo intendere lo sgretolamento di ogni sogno di sviluppo reale. Così, partendo da Pasolini, per piombare nel cinema di decenni dopo che da ogni parte del mondo urla le stesse identiche cose. Qui è la Sardegna il luogo espropriato della sua stessa civiltà per l’inferno di una società dove brutalità, denaro, bugie sono gli unici elementi per sopravvivere. Tutti gli altri sentimenti sono spariti e se non li si fa sparire sei già morto in questa società di zombi (“siamo tutti zombi”).
Nel personaggio bambino c’è quindi la scoperta di un mondo di adulti che non corrisponde al sogno o meglio all’illusione. Il padre così deve essere smitizzato, ridotto, cancellato o soltanto considerato un fallito, salvo poi scoprire che si tratta della condizione umana di tutti. Allora il padre diventa il punto di riferimento quando dal suo risveglio, da matto, può dire tutte le verità non pronunciabili dai “vivi”/zombi. Tutte le ipocrisie, le cattiverie, gli inganni possono essere smascherati da chi è “ritornato” in quel mondo di zombi, ma solo per chiamarli col loro vero nome di morti viventi.
Questo è il meccanismo principale delle storie di Angius… Il protagonista è colui che ritorna, l’emarginato, il fallito che può sbattere in faccia la verità, che naturalmente gli altri tenteranno di non udire. E da qui nasce il concetto di persone definite “gli indifferenti”, che potrebbe portarci al discorso di Moravia, perfettamente calzante, visto che ora siamo arrivati al capitolo successivo, del postcapitalismo, laddove i sogni del boom economico sono naufragati nella miseria di un inferno quotidiano dove già la sopravvivenza economica è un sogno lontano, quasi irraggiungibile: guarda a proposito anche la divertente digressione sul percorso professionale di un neurochirurgo e quello di un regista. Dopo 22 anni di studi e percorsi post universitari a stento possono ottenere un lavoro. Però il regista continua a vivere alla giornata.
Il set diventa quindi un inferno perché non c’è più nessuno disposto a concederti la possibilità di esprimerti liberamente e l’unica alternativa è la realizzazione indipendente del film…
Nella messa in scena Confiteor è ancora più meticoloso e puntuale laddove ogni spazio ha una sua precisa atmosfera. Non è soltanto l’alternanza tra bianco e nero e colore efficacissima, ma proprio il gioco di luci (fotografia di Milagros de L’alma) come se fossimo in un film espressionista (il che dà anche al film una chiave di lettura horror grottesca).
Bellissima ed emozionante la lunga scena a metà film in cui il figlio abbraccia il padre (anche immagine della locandina) gettandosi sopra di lui seduto nella poltroncina, mentre la voce over suggella un’unione basata anche sulla comune timidezza.
E poi c’è il sogno/illusione del cinema, la sala vuota e lo schermo dove un film come Rocky è un po’ l’inno alla resistenza, a rialzarsi… sempre!
Quel cinema che però non è più in grado, inseguendo la realtà, di dire la verità. Ma, nonostante ciò, si può o si deve continuare a fare cinema!
