L’accident de piano, di Quentin Dupieux: cronaca spietata dell’orrore subumano contemporaneo

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L'accident de piano

L'accident de piano

Quentin Dupieux continua la sua carrellata di mostri subumani, con L’accident de piano il collegamento con la tecnologia, internet e i social, appare davvero terrificante

Un mondo ormai declinato verso l’orrore dei meccanismi subumani-tecnologici…

La protagonista si chiama non casualmente Magalie Moreau (una perfetta interprete Adèle Exarchopoulos), una sorta di contrasto tra la bellezza della perla a cui si rifà il nome e il Moreau che ricorda il romanzo di Wells, laddove lo scrittore metteva in evidenza proprio l’orrore dei mostri derivanti dalla tecnologia… “Il dottor Moreau rappresenta dunque anche il simbolo eloquente dello sfruttamento industriale che crea automi e burattini al posto di esseri umani” (citazione da Wikipedia “L’isola del dottor Moreau”). E proprio la tecnologia “partorisce” proprio nello stesso giorno della sua nascita Magalie, che è avviata ad un percorso di predestinazione verso il cupo orrore…

Gli animali appaiono all’inizio e alla fine, ma quasi come un omaggio da parte di Dupieux. Il corvo che viene investito e si spiaccica trascinato da tergicristalli idioti, è seppellito, mentre Magalie, esternando amore e compassione, pronuncia le parole più inappropriate: “ti auguro di non reincarnarti uccello”. E invece, alla fine vedremo proprio il corvo rialzarsi, ripulirsi e volare via. Il senso chiarissimo è che la Natura innevata delle montagne, senza la presenza umana, osservata in una breve sequenza, è l’unica anima sacra da osservare.

All’essere umano non resta più nulla.

Magalie cresce come uno dei tanti mostri, assecondando la sua malattia rara, che è guarda caso l’assenza di dolore, ovvero ciò che rende disumani. Infatti, l’assenza di compassione (dalla sua etimologia, “sentire, soffrire insieme”) è il chiaro sintomo dei nostri tempi.

La mancanza di empatia, l’anaffettività, l’attaccamento farlocco agli idoli creati dal mondo social tecnologico, sono gli elementi comuni non solo di Magalie, che grazie a questa dimensione diventa milionaria, ma anche degli altri subumani.

I fan in primo luogo, lontani e vicini come i due disgustosi fratelli che infine penetrano nello chalet. E l’assistente Patrick Balandras (Jérôme Commandeur) che sputa nel piatto (dove mangia, peraltro), quello yogurt bianco, unico alimento di Magalie.

Dupieux ha una regia secca sempre in grado di inquadrare la scena focalizzando al massimo tutto il senso reale e surreale, tanto che è difficile poter affermare che quest’opera sia meno sganciata dal surreale come le precedenti.

Come del resto se la follia del reale abbia con disinvoltura superato gli elementi surreali disseminati nella sua filmografia e specialmente nelle opere iniziali.

Qui, infatti, scorre secondo una narrazione del tutto verosimile, ma che ha già oltrepassato i limiti dell’indecenza… Qui e là c’è chi tenta di opporsi, ma viene comprato o assassinato.

Con questo film possiamo senz’altro affermare che, pur conoscendo perfettamente i meccanismi descritti dalla narrazione suddivisa in perfetti capitoli da Dupieux, la tensione è sempre altissima e soprattutto la consapevolezza che la società umana debba imparare a riconoscere questi orrori se vuole guarire o salvarsi, usate la parola che volete… Perché all’orizzonte, da una situazione del genere, non possiamo che scorgere solo un baratro.

L’accident de piano è, fino ad ora, il film più drammatico e cupo di Dupieux, perché negli altri c’erano almeno piccole fughe surreali, ma laddove il surreale può anche essere una valvola di sfogo. Qui invece, non c’è liberazione, Magalie va avanti per la sua strada, trascinando con sé molti altri…

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