Un film fatto per bene di Franco Maresco. La fine del cinema è la nascita di una concreta ribellione espressiva

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Un film fatto per bene

Un film fatto per bene

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Franco Maresco con Un film fatto per bene dimostra che alla base di qualunque espressione c’è il sano dolore della vita, che tutto può creare o distruggere, come il cinema di un’opera importante

Quel che resta del cinema, può anche essere un inizio e non la fine. Soprattutto la resurrezione di un autore che finalmente vede con chiarezza il mondo di oggi, incolpando principalmente la tecnologia. Più che la tecnologia stordente è il principio della intelligenza artificiale/mente alveare che alla fine decide se una cosa è in un modo o nell’altro… Quindi così per gioco potremmo chiederle cosa è un film?

Un film è un’opera audiovisiva che racconta storie reali o di fantasia attraverso una sequenza di immagini in movimento, registrate su pellicola o in digitale, solitamente accompagnate da suoni. È un prodotto artistico e industriale, frutto di produzione, montaggio e post-produzione, destinato all’intrattenimento, alla narrazione e allo sfruttamento commerciale“.

Sembra banale, ma se chiedete cosa è un film che non guadagna anche la risposta è prevedibile
un film che non guadagna è un investimento finanziario che ha generato un ritorno negativo, indipendentemente dal suo valore come opera d’arte“.

Si può dire che il film di Franco Maresco sia proprio questo: un film fiasco o quasi dal punto di vista commerciale, ma una delle opere d’arte più importanti del cinema italiano contemporaneo.

Per fortuna Maresco ha abbandonato quel percorso che includeva mafia e Berlusconi, una distrazione molto pericolosa per individuare cause e colpevoli…

La realtà è molto più brutale – come dimostrano i contenuti di questo sito – e il cinema la sfiora continuamente, non la può certo cogliere in modo completo.

Casualmente un riferimento a una ossessione citata, quella sull’invasione degli ultracorpi è appena tornata con la serie Pluribus, dimostrando che non si tratta certo di una ossessione appartenente al solo Maresco.

L’invasione “aliena” è già avvenuta, è quella che ha spinto la maggioranza dell’umanità verso una strada che appunto va verso la totale abdicazione dell’umano per approdare alle distopie del transumanesimo. Non per il fatto che il corpo inadeguato e antiquato come lo ha definito Gunther Anders, ma perché quasi il 100% delle dinamiche economiche, sociali, politiche è guidato da algoritmi… Ma dietro questi algoritmi chi c’è veramente?

Maresco vorrebbe ricollegarsi a un discorso sull’arte e richiamare il pensiero di Carmelo Bene, ma purtroppo anche la poetica eversiva di Carmelo Bene era significativa per i suoi tempi, riguardava ancora il linguaggio del teatro, delle immagini e del cinema, ma dopo alcuni decenni dalla sua scomparsa, tutto è veramente cambiato…

Il problema non è più solo artistico, ma, dolorosamente, di sopravvivenza e la realizzazione di un film è particolarmente complessa seguendo il percorso coerente alla filosofia di Carmelo Bene. Per fortuna, inconsciamente, forse, si è trovata la migliore soluzione per questo film ancorché sia vero che volesse/potesse esser diverso da com’è…

Anzi qui vediamo il trionfo di una espressione artistica nonostante il sistema omologante e perfino il suo approdo su Sky sembra un miracolo.

Certo, questo dipende molto dal fatto che le piattaforme puntano ai grossi numeri e c’è un po’ spazio per tutti. Come dice Maresco, un film oggi non si nega a nessuno. Il suo film poteva trovare ostacoli ad una uscita su piattaforme.

E qui passiamo al secondo punto. Oggi l’artista dissidente deve dire cose scomode per il sistema per essere censurato…

All’epoca Totò che visse due volte era solo un film che indignava quattro bacchettoni… che non capivano neanche la sua portata rivoluzionaria con lo scioglimento dell’immaginario perbenista.

Ma oggi le cose sono cambiate, il cinema dissidente è un cinema che smaschera le principali bugie del sistema, come hanno fatto per esempio due titoli internazionali come Eddington e Train Dreams… una dimostrazione che anche il mainstream può fare critica tra le righe, quando i contenuti possono essere un po’ controversi… Come del resto provò Sorrentino con Loro, film abbastanza scomparso, ma decisamente troppo brutale per benpensanti dell’ultima ora. Di fatto, sarebbe improprio considerarlo un attacco a Berlusconi, ma all’intero sistema corrotto in cui viviamo, anche perché il titolo sarebbe stato “Lui” e non “Loro”…

Un film fatto per bene è stato anche accolto con una certa ritrosia da parte della critica… Purtroppo quei miopi che si lasciano incantare/cullare dalla peggiore propaganda. Mentre Franco Maresco ha come minimo realizzato un film dove molti “personaggi” sono sé stessi (Umberto Cantone, Francesco Puma, Marco Alessi, Claudia Uzzo, Andrea Occhipinti… ), dove si dice veramente quello che si pensa, dove il dolore è immenso, si percepisce in ogni scena, soprattutto quelle maledette dei set.

Maresco dimostra quanto sia sporco il lavoro del regista: nel senso proprio letterale di sporcarsi le mani fino in fondo e non seguendo una sceneggiatura prefissata, fino al punto in cui dopo tanti ciak si ha l’onestà, o meglio la tranquillità, la serenità di aver diretto “bene”.

La maledizione di un regista, tale e quale quella dei più grandi, da Orson Welles a Stanley Kubrick: ripetere una scena fino all’esaurimento di tutti, perché il risultato non è mai garantito da un ciak “industriale”, realizzato con l’idea di un prodotto. Insomma quel fare cinema che è l’istante che deve essere catturato e che in fondo è sempre stato il cinema dell’impossibile…

Finché ci saranno artisti come Maresco che si mettono in gioco davanti e dietro la macchina da presa il cinema sarà vivo. Morirà quando un film non conterrà più le briciole di un’arte… Perché anche una sola scena può salvare e fare un film grande e qui ce ne sono parecchie.

Direi tutta la parte in interni con una delle coreografie più bizzarre viste negli ultimi anni, certo una derivazione di Carmelo Bene, ma che potrebbe ricordare la tensione anche del quasi coetaneo di Maresco, Lars Von Trier, in spazi circoscritti come in Dogville, decifrabili e indecifrabili come il percorso misterioso delle esistenze (dei personaggi).

E ancora più straordinario è l’interno in studio con il parossismo che vede calare nella fossa buia dei serpenti (un richiamo se vogliamo proprio a quel titolo… La fossa dei serpenti di Anatole Litvak) il povero Francesco Puma, letteralmente immolato senza alcuna compassione e con ripetuta crudeltà dentro la miseria del corpo e dell’ego, tra il desiderio di essere (attore mainstream di successo) e il meccanismo triturante dei media di regime che tutto rimasticano, per cui sulla principale rete tv del Paese, Rai 1, il “programma” sul cinema, all’orario notturno invisibile (non un caso), è condotto da un clown come Gigi Marzullo (le testuali osservazioni di Maresco sono quelle che in un altro paese o in un’altra dimensione (aggiungo io), Marzullo avrebbe fatto altro… “in un paese normale avrebbe venduto pop corn e coca cola nei circhi o al luna park…”) e lo stesso Puma è l’esempio di come si producono gli effetti in una finta società culturale, dove la conoscenza autentica è bandita, mentre sono aperte le porte alla distrazione di massa e alla propaganda di turno… La scena contiene riferimenti a La grande abbuffata e naturalmente a Nostra Signora dei Turchi, quando Puma divora prima una pasta alla carbonara, un panino, un’altra roba che sembra una arancina e la fatale coca cola col ruttino, tutto di seguito… fino a scoppiare e dover correre al cesso con conseguenti citazioni che si avvicinano alle celebri scene dei Monty Phython… la sequenza indimenticabile di Mr. Creosote in Il senso della vita.

Un’altra notazione va al fatto che in una scena di fronte al monitor dove Carmelo Bene recita uno dei suoi monologhi piuttosto incomprensibili gli attori sono guardati nella loro reazione cristallina di ebetismo. Questa attenzione ricorda una delle ultime opere di Abbas Kiarostami, peraltro si deve aggiungere che tutto Un film fatto per bene è una falsariga tra documentario e finzione, messa in scena nella messa in scena, chiaramente uso di non attori professionisti, proprio come molte opere del regista iraniano. In particolare, Shirin: studio sui volti di donne che guardano un film. Insomma, Kiarostami fece questo esperimento, non si capiva neanche quello che gli spettatori vedevano sullo schermo anche se si sentiva qualcosa…

In Un film fatto per bene i volti sono inquadrati spesso in primo piano e la loro reazione di fronte alla recitazione di Carmelo Bene è del tutto fondata sul nulla, sono “depensanti”, vale a dire esseri che non possiedono la capacità di pensiero…

Naturalmente altra citazione è quella notata anche dai meno esperti che riguarda Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, la partita a scacchi con la morte interpretata da Antonio Rezza e che si rende conto che chi ha di fronte non conosce neanche le regole degli scacchi… Chiaro che non solo quella scena del cinema bergmaniano risuona con il cinema di Maresco, basterebbe pensare a altre opere come Il posto delle fragole, una delle opere più struggenti sempre sul senso della vita, la morte, il declino del corpo, la vecchiaia, la memoria…
Gli esterni sono tutti sempre eccezionali, più che altro ritornano qui, da Cinico TV, ma hanno sempre la stessa carica eversiva laddove lasciano che lo spettatore si concentri sugli elementi naturali. La terra, gli animali, il cielo e poi il degrado degli edifici, i resti quasi di una civiltà mai evolutasi, rimasta allo stato bestiale, come dimostrano alcuni personaggi. Naturalmente il buon somaro è una variazione sul tema sacro alla Balthazar di bressoniana memoria.

Quella rappresentazione sacra che ritorna attraverso la figura di un santo “scemo”, balbuziente o con ridicoli problemi di pronuncia… Non è l’ennesimo ritorno di una configurazione eretica dell’immaginario della crocifissione, del calvario di Cristo , ecc. quanto un ritorno utile sui propri passi, sulla storia di Franco Maresco dai tempi iniziali di Cinico tv fino ai lungometraggi, tra i quali è ricordata una prima visione al cinema Jolly di Palermo con all’esterno alcuni “attivisti” che urlavano contro la coppia di registi per blasfemia, ecc.

Tutto questo riassunto delle origini di un processo creativo è importante, non solo per chi non conosceva Maresco, ma perché siamo tutti coinvolti nei processi di rielaborazione espressiva…

Anche questa recensione “critica” va da sé è sempre più scomposta, come aveva già capito benissimo proprio Enrico Ghezzi, il più grande estimatore del cinema della coppia palermitana.

Tutte le espressioni artistiche o come le si voglia chiamare, in generale di pensiero, sono citati da Socrate a Schopenhauer, ritornano… come se oggi più che mai ci fosse bisogno di confrontarsi con quei padri del pensiero che in fondo avevano capito il limite dell’umanità.

Ora di fronte a un tramonto dell’umanità cosa altro rimane da fare? Di sicuro resistere, come ha fatto Maresco. Resistere ad oltranza per continuare ad affermare l’umano di fronte alla tecnologia che invade tutti gli spazi dell’umano per cambiarlo definitivamente.

Sarà quella la vera morte dell’uomo, esattamente come nell’invasione degli ultracorpi, perché quei corpi vuoti vaganti (a braccetto con gli zombies del cinema) saranno solo l’espressione di una mente alveare laddove i singoli sono tutti uniti, senza differenze.

Ecco perché le varie propagande sono lì per omologare tutto, rendere tutti uguali, ma la vera umanità consiste proprio nella differenze individuali che sono state da sempre una fonte di ricchezza, di invenzione, di genio.

Nella mente alveare cosa può più cambiare, se tutti gli obiettivi sono stati fissati e non ci sono orizzonti alternativi?

Il cinema di Maresco è quindi una boccata d’ossigeno nel clima di omologazione, di standard e protocolli, che uno alla volta stanno imprigionando definitivamente la libertà umana.

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